615 28. Vi era un frate, all'apparenza di grande
santità e di vita integerrima però molto singolare.
Si dedicava continuamente alla preghiera, ed osservava con
tanto rigore il silenzio che di solito si confessava non a
voce, ma con gesti. Si infiammava alle parole della Scrittura
e, dopo l'ascolto, dava segni di una meravigliosa dolcezza
interiore. In breve, era stimato da tutti tre volte santo.
Or avvenne che il beato padre un giorno si recò in
quel luogo, vide il fratello e ascoltò quelli che lo
proclamavano santo. E mentre tutti lo magnificavano ed esaltavano:
«Basta, fratelli! – esclamò -. Non state
a lodarmi delle finzioni diaboliche. Sappiate con certezza
che è tentazione del demonio e perfido inganno. Ne
sono certo e la prova più sicura è che non vuole
confessarsi».
I frati rimasero costernati e particolarmente il vicario del
Santo. «E come, andavano ripetendo, può essere
che sotto tanti segni di perfezione vi sia una tale mistificazione?».
E il Padre di rimando: «Comandategli di confessarsi
due o almeno una volta la settimana: se non lo farà,
sappiate che ho detto il vero».
Il vicario lo prese in disparte, dapprima scambiò con
lui cordiali e liete parole e finalmente gli ordinò
di confessarsi. Ma quegli rifiutò con sdegno, e ponendosi
un dito sulla bocca fece capire col cenno del capo che in
nessun modo si sarebbe confessato. I frati ammutolirono, temendo
lo scandalo del falso santo. Poco tempo dopo uscì spontaneamente
dall'Ordine, ritornò alla vita mondana ed al suo vomito,
e infine, dopo innumerevoli peccati, morì senza pentimento.
Si deve sempre evitare la singolarità: non è
altro che un bel precipizio. Lo dimostra chiaramente il caso
di tanti, amanti della singolarità, che si innalzano
al cielo e scendono in fondo all'abisso. Considera inoltre
il valore di una confessione sincera, che non solo è
fonte ma anche espressione di santità.